Quando la vernice cominciò a spandersi sulla polla di “nitro”, che era in mezzo al pavimento, Sergio Velo guardò con dispetto e preso da una sorta di improvvisa collera, scagliò altri due barattoli nel centro di quel piccolo disastro. Gli apprendisti che avevano assistito alla scena se ne scapparono subito in cortile per non subire la solita “lavata di capo” ed aspettarono con pazienza di sentir esplodere da un momento all’altro un vero e proprio temporale di ingiurie. Invece, dopo un po’, dall’interno dell’officina si levò sottile sottile, appena percettibile, quasi distratto, un fischiare tra l’allegro e il pensoso. “Deve essere un valzer” disse il Toni, “un valzer lento”. “Cretino” incalzò il compagno “è un tango, un tango argentino, di quelli di una volta”. Nell’interno della bottega, nel frattempo, il carrozziere Sergio Velo si era accucciato sui calcagni in mezzo alla polla e con una bacchettina appuntita toccava, rimestava i rigoli di vernice, allargava le macchie, sottolineava i filamenti pastosi ed imprecisi, soffiava a piene gote sugli orli sfrangiati e poi strizzava l’occhio, si rizzava in piedi, si riaccucciava, strisciava nuovamente il bacchetto e, di quando in quando, riprendeva a fischiettare quel motivo che, a miglior esame, risultò essere una mazurca campagnola degli anni Trenta. Nessuno ancora lo sapeva, ma era nato un pittore.
Da quel giorno sono trascorsi alcuni anni, le tavole lucide, asettiche, tecnologicamente perfette di Sergio Velo sono opere che vengono ormai collocate nella sfera del più rifinito e del più perfetto lavoro professionale: il pubblico le desidera, le accarezza con lo sguardo, le sogna e si abbandona, come il loro autore in quel lontano primo giorno della scoperta, ad una trasognata immaginazione nella quale il reale, apparentemente negato dall’informe macchia, ritorna con la inequivocabile prepotenza della poesia, della immensa novità dell’invenzione, tanto più vera del vero.
Sergio Velo, come il suo pubblico, guarda, sorride e -dicono- fischietta ancora dentro di sé, quasi a significare, sornionamente, che la sua “divina commedia”, le sue immense vallate e le incredibili montagne, così come il mare con la grande onda, enorme sotto la luna, sono favole senza limite, aperte alla fantasia, alla contemplazione, alla scoperta. Non ci fosse, in Velo, l’entusiasmo genuino del narratore, la convinzione, quella interiore e quella che si comunica, non avremmo scritto una riga o scrivendo non avremmo neppure osato scherzare, fulminati dalla preoccupazione, tutta letteraria, di dire molto perché poco sia inteso. Invece con questa pittura è ancora possibile parlare senza finzioni, innanzi, come si è, ad un fatto nuovo, inequivocabilmente semplice.
Forse sembra incredibile, oggi 1970, che abbisogni, per opere così immediatamente parlanti, una qualsiasi esegesi. Scrivere, per anche solo a commento, per quanto si voglia prescinderne, è sempre un modo di paragonare alla cultura del tempo, alla situazione: per tale ragione nel caso di Velo bisogna affermare il tema della semplicità, della narrazione, dalla nascita del naif nell’era della tecnologia. Non è possibile andare oltre l’immagine dell’incantamento, della sorpresa, della grande illuminazione di fronte al mondo della possibilità, che è poi il seme primo e forse unico dell’arte. Perciò le montagne di Velo sono più vicine a quelle di Dante che non a quelle di Thomas Mann. Ci sono segni sicuri che questa maniera di voler essere nella narrazione sia stata capita dal pubblico, se dobbiamo registrare il successo di Velo pittore anche nella prima fase dell’operazione. Ora siamo alla mostra, alla verificazione pubblica, al rumore, a quella falsa prova della popolarità che, ripetuta innumerevoli volte, finisce per crearla, spesso indistruttibilmente, a patto che le opere, si intende, resistano all’usura del venire riproposte. Per Velo l’avventura dovrebbe risolversi in un trionfo se è vero, come sappiamo noi, fin dai suoi primi esperimenti, che ha capito a fondo le segrete leggi della più sgretolata delle repubbliche: quella della fantasia.