Biografia

Fotografia d’archivio

"Nato a Vicenza il 14 ottobre 1927 appena fanciullo venni a Verona, dove mio padre lavorava. Ebbi una infanzia dura, triste, per tanti motivi. Ero molto vivace e dove vivevo, in campagna, c’era posto per correre ed arrampicarsi sugli alberi. A dodici anni iniziai a fare il calzolaio e a quattordici le reti dei letti; a quattordici e tre mesi iniziai a svolgere l’attività di carrozziere d’automobili. Mi appassionai molto e imparai bene il mestiere. Venne la guerra e tra un bombardamento e l’altro la sede della carrozzeria cambiò più volte, ripetutamente distrutta dalle bombe. Dopo la guerra cambiai alcuni posti di lavoro: mi cercavano in tanti, ero capace ed appassionato al mio lavoro. Nel frattempo, non avevo mai smesso di svolgere attività sportive, tra cui il calcio, atletica, ginnastica artistica: non ero mai fermo, con mio fratello improvvisammo anche un circo. Rimanere fermo era per me impossibile: dovevo correre, fare, improvvisare. Nel 1949 svolsi il servizio militare tra Pesaro, Treviso, Pordenone e Belluno. Fu un anno in continuo movimento. Giocavo a Calcio come portiere del reggimento e mi dimostravo atleta in ogni occasione: per correre i 400 metri, per il salto in alto, per i 1500 metri; credevo di poter comandare, invece mi misero perfino in carcere, due volte, perché non riuscivo a dire “Signor si!”. Nel 1950 tornai a lavorare; ricevetti una proposta e con 50.000 lire diventai proprietario di qualche attrezzo e di un piccolo spazio quasi diroccato a causa delle bombe. La gente mi portava lavoro, piano piano riuscii a creare una carrozzeria nuova, estremamente moderna: sembrava un sogno! Avevo 28 anni: bravo, stimato, cercato ed invidiato. Era troppo per me. Credevo al sogno realizzato, ma il rapporto con un mondo nuovo, fuori dagli schemi “genuini” del mio passato, non faceva per me. Era forte il piacere, l’orgoglio di essere arrivato da contatti diretti, quasi familiari. Ma attorno a me iniziavano a nascere invidie e gelosie. Per quanto sapessi fare soffrivo a causa della passione, della genuinità dei miei comportamenti, dell’umano nel mio essere, dovendo trattare con tutti e di tutto con la semplicità dell’onesto. Il mondo stava cambiando, e di molto!

Mi trovai male. Non le cercavo, ma le lacrime venivano da sole…

Nella carrozzeria, la sera, prendevo colore, pennelli e provavo a dipingere. Cercavo altri mondi, dei rapporti con il mio Io. Il colore, correndo, volente o meno, m’indicava vie fuori dai temi della giornata, e l’immagine veniva costruita in modo inconscio, trascinandomi in mondi nuovi e diversi, trovando in questo delle soluzioni positive a delle giornate negative. Il mio carattere mi ha sempre portato ad insistere nel cercare “chi io sia”; ne trovai gli indizi negli spazi vuoti del giorno, accostandomi per assurdo, in un piccolo spazio, a trovare il cielo!

Fotografia d’archivio

Così nacque Velo pittore: usando i colori delle Ferrari, delle Jaguar e di altre vetture (ero diventato carrozziere apprezzato soprattutto per le auto di un certo rilievo) che potrebbero dare orgoglio a molti. Per me erano il pane della giornata e allo stesso tempo fonte della mia tristezza. Usandone i colori per cercare evasioni, per mondi remoti, immaginari, che con fantasia e astrazione completavano la mia quotidianità, pensavo.

Non so mai cosa andrò a fare impugnando il pennello, ma con l’aiuto della immaginazione ho la volontà di esplorare i mondi nuovi nel mio inconscio."

Sergio Velo (1927-2017)